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RECENSIONI
Anselm Kiefer: I Sette Palazzi Celesti
diMarco Tonelli
Sette alte torri pendenti in cemento armato, precarie, rovine
in attesa dello schianto finale ma anche vie di accesso verso
il paradiso. All’interno di uno spazio vastissimo, un
hangar industriale dipinto di nero e completamente sigillato
all'esterno da una corazza di metallo color argento. Nessuna
finestra getta luce dentro quella che sembra essere diventata
un enorme basilica postatomica, un santuario della catastrofe
e della resurrezione.
E' così che si presenta, come un miraggio lontano,
terrificante e sublime, la grande installazione che Anselm
Kiefer ha realizzato a Milano dentro la Breda nel quartiere
Bicocca una città nella città, coi suoi enormi
capannoni e gli ampi viali alberati, attraversati da tir,
gru e vari macchinari.
Quella di Kiefer è una poetica sfacciatamente carica
di rimandi simbolici, in linea del resto con tutta la sua
ricerca fotografica, pittorica e scultorea, fatta di allusioni
cabalistiche, di fremiti naturalistici dell'immaginario tedesco
e wagneriano, di combinazioni alchemiche, di rimandi alle
Sefiroth od alla storia tragica dell’olocausto e del
Nazismo.
Già nel 1969 Kiefer aveva realizzato numerosi scatti
fotografici di una serie intitolata Eroische Sinnbilder (Simboli
eroici) in cui si ritraeva mentre, di fronte a mari in tempesta,
larghe spiagge o a rovine architettoniche (tipici scenari
romantici), con stivali e pantaloni simili alle divise delle
SS, alzava il braccio assumendo la posa del tipico saluto
nazista. E poi nel corso degli anni le sue enormi tele raffiguranti
tetre e possenti costruzioni arcaiche come il monumento al
pittore ignoto, campi desolati animati da sciami di semi di
girasoli, librerie e aeroplani in piombo, opere ispirate alla
mitologia germanica, dipinti con le costellazioni fatte di
numeri, che alludono alla marchiatura a fuoco sugli ebrei
nei Lager e nei campi di sterminio.
I Sette Palazzi Celesti sono però architetture reali,
abitabili, pur nella loro pericolosa inagibilità. Composti
ognuno da cinque a sette "cabine" sovrapposte e
provviste di una apertura, tenute in equilibrio da fogli di
piombo messi agli angoli della cabine a mo' di zeppe, queste
sette torri di una ventina di metri si pongono come una delle
opere più vaste ed imponenti che Kiefer abbia mai realizzato,
se si escludono le costruzioni che compongono la sua tenuta
di Berjac. Qui infatti, su una collina di trentacinque ettari
nel sud della Francia, il paesaggio è contrassegnato
da grandi sculture in cemento armato, casematte e serre, collegate
tra di loro tramite tunnel sotterranei, come fossero catacombe,
vie di fughe, passaggi segreti. A loro modo, anch’essa
una grande e misteriosa installazione ambientale.
La suggestiva scenografia delle architetture esposte nell'Hangar
Bicocca (un nuovo spazio per l’arte moderna e contemporanea
a tutti gli effetti, se si riuscirà a continuare una
programmazione, per quanto episodica), mette Kiefer alla pari
con le grandi e potenti imprese tecniche, ingegneristiche
e tecnologiche realizzate da Richard Serra (ricordate i labirinti
spiralici esposti a Bilbao?), Fabrizio Plessi (su tutte Water
Fire in Piazza San Marco a Venezia), Louise Bourgeois
(Do Undo Redo nella Turbine Hall della Tate Modern
di Londra, con le sue torri agibili e i suoi spaventosi ragni),
Christo (gli impacchettamenti di interi edifici, isole e ponti).
Alla pari per gigantismo, per coinvolgimento emotivo, per
il senso di smisurata grandezza con cui l'artista in genere
tenta di toccare il limite dell'umano o i confini dell'esperienza
artistica stessa, l'opera di Kiefer mette in scena paure ed
ansie millenarie che, se si pensa all'evento delle Torri Gemelle
(due salite verso il cielo divenute trappole infernali), appartengono
ad un lutto e ad un'ansia di urgente attualità.
E' la zona del rischio, dell'incidente, della minaccia continua
di una catastrofe, che I Sette Palazzi Celesti sembrano
voler esorcizzare o annunciare. Una scenografia di silenzio
tombale, avvolta nel nero, illuminata glacialmente come le
quinte di uno spettacolo teatrale, senza che ancora né
attori né musica l'abbiano attraversate (non a caso
quest’opera ha forti somiglianze con le scene che Kiefer
realizzò per ’Elektra di Richard Strauss
a Napoli nel 2003, nel teatro San Carlo).
Tra le sette torri, sparse a terra qua e là, soltanto
foglie secche, vetri con sopra dipinte quelle inquietanti
numerazioni che tante volte sono comparse nelle sue mitologiche
costellazioni, e poi ancora cornici impolverate ammassate
l'una sull'altra, grosse pietre, anch'esse numerate. Residui
di un'umanità senza più corpo, di una memoria
priva di immagine, di identità indistinte segnate da
numeri, di morti sul campo come foglie secche.
Il ricordo di Joseph Beuys (di cui Kiefer è stato allievo)
è pressante, si tocca con mano. E questo aggiunge tragicità
all'opera, ma anche volontà magica e rigenerativa,
visionarietà e speranza.
Ci si può chiedere se un'opera come questa voglia lasciar
tracce della perdita della fede nei grandi sistemi, della
morte di Dio annunciata da Nietzsche, del ripensamento della
metafisica di Heidegger, oppure non sia piuttosto un'affermazione
di questa fede perduta e qui rimessa in campo attraverso complessi
riferimenti letterari, che ormai da decenni accompagnano lo
sfondo culturale di Kiefer. Ma si avverte comunque che il
dubbio, la paura della fine del mondo, l'angoscia dell'esistere
alla cieca, in attesa di una luce di là da venire,
entrano pesantemente nelle aperture dei cubicoli di queste
sette torri o palazzi celesti.
Proprio perché possono essere sollevate domande del
genere, riguardo cioè il valore del simbolico e della
sua attualità storica, del presente che invoca quotidianamente
la grazia dal dolore e dalla tragedia, dei traumi della distruzione,
del presagio apocalittico, questi elementi diventano in Kiefer
messaggi, non semplicemente allusioni o metafore, ma libri
visivi composti da materie concrete, passaggi obbligati per
comunicare con un al di là che deve attraversare l’abiezione
dell'oggi, il rischio di un crollo improvviso, quello di questi
sette palazzi che sembrano reggersi non grazie a calcoli matematici
ma per una sorta di inatteso, empirico, umanissimo ed incerto
miracolo.
Anselm Kiefer: I Sette Palazzi Celesti
Hangar Bicocca, Milano
(24 settembre - 7 dicembre 2004)
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