
a cura di Augusto
Pieroni
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Loris Cecchini
No casting
(no pacific state)
Stampa lambda
1998
Loris
Cecchini stereoreale
Nell'epoca postwarholiana
un singolo gesto, accavallare le gambe, per esempio, può diventare
più significativo di tutte le pagine di "Guerra e Pace".
(J.G. Ballard, La mostra delle atrocità)
Ci sono
parole che dette tutte d'un fiato danno un certo piacere, come d'aver
risolto qualche mistero della vita, come d'essersi dissetati dopo
giorni, come d'aver nominato l'innominabile o toccato la cosa-in-sé.
Così dire «stereoreale», un termine inventato dal pensatore francese
Paul Virilio per indicare come la nostra percezione odierna non possa
rinunciare a ricomprendere inscindibilmente un canale di origine naturale
e un canale di origine mediale.
Come la stereofonia o la visione tridimensionale basano la sensazione
di completezza sulla divisione fra canale destro e sinistro, sottilmente
sfalsati. Questo termine sta qui a indicare la presenza contemporanea
di opposti piani di realtà coessenzialmente intrecciati in un'esistenza
che è e resta l'unica disponibile. In un'arte che ne è la concettualizzazione
formalizzata.
Stereoreale: pronunciare questa parola senza pause sembra comunicare
qualcosa di più. Di oltre. E questo perché in una sola emissione di
pneuma trovano la loro sintesi una contraddizione o una dialettica
vitale. Un po' come certe partiture di Steve Reich in cui i fiati
eseguono una singola nota tenuta per quanto dura l'espirazione dell'esecutore.
La dialettica è quella fra naturale e artificiale: un eterno dissidio
logico e un'eterna alleanza dinamica. Cos'è un Bonsai? Cos'è un giardino
all'inglese? Cosa un'opera di Beuys con la cera o il grasso? Assetti
artificiali di processi naturali. Risultati altamente culturalizzati
densi cioè di rimandi simbolici ma basati su meccaniche naturali.
Nei lavori di Loris Cecchini (Milano 1969) questa dialettica appare
nella sua forma più paradossale perché invece di presentarsi sotto
forma biomorfa, assume immediatamente i panni di natura seconda, di
codice, di convenzione linguistica e di formalizzazione artistica.
Di immagine bidimensionale che irrinunciabilmente è il segno della
natura segnica dell¹arte. Nulla in natura si dà solo sul piano (e
di recente nemmeno nel lavoro di Cecchini, preso com'è fra calchi
in morbide resine sintetiche e computer-animations in 3D).
Ma la fotografia, già: la scrittura di luce. Come tale la fotografia
è stato per lungo tempo considerato il processo più naturale fra quelli
segnici. Negli ultimi anni di questo secolo essa ha però subito un'estensione
di campo. È infatti entrato a far parte della costellazione fotografica
tutto un insieme di pratiche discorsive, di giochi linguistici, che
nulla hanno a che fare con la tradizionale autodefinizione settoriale.
Da tempo, infatti, i critici parlano di post-fotografia, ma questa
tensione speciale che un tempo abitava i bordi del fenomeno (penso
a Richard Hamilton che pionieristicamente usava il Paint-Box per i
suoi fotoritocchi in epoca tardo-Pop) oggi è il cuore della sua identità.
Pensiamo alla perfetta simulazione di naturalità con la quale il canadese
Jeff Wall tratta in elettronico le sue fotografie.
E le ricerche come quella di Cecchini sono vere e proprie fototensioni
(adotto il neologismo che ho messo a titolo di un recente libro) che
uniscono in modo problematico opposti piani di realtà, intersecando
in una dissolvenza multipla diversi mondi paralleli, iconografie
posso solo accennare di perturbante coerenza. Oggetti finti: giocattoli,
modellini, scenografie estratte dal mondo del consumo, sono ripresi
da un close-up che, stando alla norma della fotografia, dovrebbe garantire
della loro oggettività, della loro quasi-naturalità. Ad abitare questi
scenari sono persone ancor più reali, vive, vere e carnali; colte
spesso nella casualità delle loro movenze, riprese come in una paradossale
straight photography.
La stereorealtà è il territorio di coabitazione di queste due porzioni
di mondo; due messe a fuoco distinte di un solo bacino di immagini,
un nastro di Möbius nel quale per un semplice meccanismo logico i
piani si raddoppiano. Ecco dove la realtà naturale e quella massmediale,
già doppiamente presenti nelle singole parti, si elevano a potenza
in un risultato che in fondo è naturalmente una stampa fotografica:
una scrittura di luce.
Dal collage al pastiche le operatività soffrono di una strana forma
di eterno ritorno, ma il senso dell'opera visiva immateriale e perciò
polidimensionale non sottostà del tutto alle regole del tempo. Nessuno
dimentica perciò che il fotomontaggio è un retaggio protomoderno.
Il lavoro di Cecchini non finge di ignorarlo, anzi si sovraccarica
delle forti e vincolanti risonanze rinascimentali, barocche, costruttiviste,
surrealiste e postmoderne. Solo e semplicemente stacca un nuovo frutto
maturo da una pianta antica e il frutto non cade mai troppo distante
dall'albero, si sa.
Augusto Pieroni
(Testo di presentazione
nel cat. della personale
all'Ist. Italiano di Cultura, Köln (a cura di L. Pratesi) -
novembre 1999)
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