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cattedrali nel deserto

a cura di Davide Franceschini

Urbanistica e forma architettonica in tre capitali del Terzo Mondo occidentalizzato.

nel profondo non ci sono radici
m
a ciò che è stato estirpato
Hugo Mujica

Un'analisi incrociata dei processi di presunta decolonizzazione avvenuti in quel complesso e delicato momento storico che fu il secondo dopoguerra, fa risuonare in maniera abbastanza chiara due sostanziali ordini di riflessioni:
1) il peso che secoli di dominazione coloniale hanno avuto nello stravolgimento degli equilibri e dei patrimoni di identità culturalmente connotate, come quelle proprie ai paesi dell'attuale e cosiddetto Terzo Mondo;
2) le molteplici strade attraverso cui l'Occidente ha avuto modo di reinnestarsi all'interno di queste autentiche "crisi della presenza" portando sostanzialmente a termine un progetto inesorabilmente coerente con un pensiero plurisecolare e quindi particolarmente sintomatico: la "modernità".

L'atteggiamento delle élites socio-politiche che hanno dato vita ai movimenti anticolonialisti emersi nel suddetto momento storico, indipendentemente e dipendentemente dagli specifici "ambienti" in cui agirono, ha difatti rivelato tutta una serie di elementi che ci portano a valutare cause ed effetti delle profonde fratture che scatenarono.

La Modernizzazione[1] può essere considerata il motore immobile di questo processo e il comun denominatore delle poetiche anticolonialiste e contemporaneamente autocolonizzatrici attraverso cui queste nuove classi dirigenti - vere e proprie élites meticce[2] frutto di secoli di acculturazione coatta[3] - hanno condotto i paesi a capo dei quali si sono trovate al definitivo divorzio con le proprie radici, con le proprie individuali motivazioni.

Tramite l'indotta persuasione di un sostanziale "sottosviluppo", questi fondamentali attori sociali hanno aperto il determinante varco attraverso cui si è compiuto il definitivo passo della vicenda imperialista. Questo varco prende la forma del dono[4] e quindi della pratica castratrice che rende il donatore padrone di colui che riceve il dono (pratica che prende il nome di potlach ).

Il Terzo Mondo neocolonizzato, attraverso il bisogno indotto della modernizzazione, ha quindi sostanzialmente commissionato all'Occidente il proprio presunto "progresso", ricavandone una nuova forma di sottomissione reiterata e rinforzata, quindi, da ogni singolo "dono" mirato a questo nuovo orizzonte.

In questo scacchiere si inserisce, più che l'arte nel sua complessità, lo specifico e particolarissimo compito che l'architettura occidentale (feticcio moderno per antonomasia) ha, a partire da quel momento e da quelle premesse, meticolosamente svolto.

Se consideriamo infatti l'architettura come un complesso sistema comunicativo culturalmente connotato e connotante - più che come un mero oggetto macroscultoreo - vediamo da subito emergere dalle sue fondamenta un' inquietante potenzialità, quella cioè di interferire e cortocircuitare le griglie sociali e culturali entro cui si inserisce, sostituendo alla stratificata materia significante costituita dalla fusione di spazio tempo e coscienza (la mente locale[5]), il violento germe monistico, astorico e atemporale costituito dal "luogo mentale", estrema sintesi del percorso propriamente platonico-aristotelico che da una distillazione meticolosa del contingenziale porta all'enucleazione della pura idea operativa attraverso il progetto[6].

La densità comunicativa di cui è capace il medium architettonico consente a questo, e a ciò che ruota intorno alla sua concretizzazione, di porsi come un fondamentale e insostituibile documento storico-culturale, come un'iscrizione inesorabilmente legata alle proprie cause e inesorabile nei suoi effetti.

Se consideriamo esempi-prototipo come la città di Chandigarh (nel Punjab) e del suo capitol (commissionati a Le Corbusier da Nehru nel 1949), la città di Brasilia e del suo capitol (realizzati da Costa e Niemeyer a partire dal 1955) e il complesso parlamentare e microurbano di Dacca (commissionato prima da Pakistan e poi dal Bangladesh a Kahn nel 1965), e ne confrontiamo gli esiti alla luce di queste acquisite consapevolezze, vediamo quindi emergere due possibili e complesse letture. La prima di queste vedrà preso in considerazione l'aspetto della poetica progettuale, del percorso dei loro rispettivi progettisti - e di ciò che questi eminenti modi di operare rappresentano rispetto alla cultura entro cui si sono generati -, la seconda prenderà invece in esame il dialogo versus il monologo, che queste strutture, e ciò che le sottende, hanno ingenerato con l'ambiente, la storia e gli equilibri sociali entro cui si sono inserite. Da una sovrapposizione drammatica di queste letture e di ciò che è stato ad esse premesso risulta, come su una cartina di tornasole, tutta l'ambiguità e la contraddittorietà dei rapporti e dello scontro tra Nord e Sud del mondo.

Committenze acculturate, traumaticamente affrancate dai propri retaggi e abbagliate dal miraggio della modernità e itineranti istinti poetico-progettuali messi nelle condizioni di dare libero sfogo alle proprie ataviche utopie sulla tabula rasa di un ormai compiuto azzeramento, costituiscono l'humus da cui prendono forma questi monumenti all'assenza, queste cattedrali nel deserto (nel senso più letterale del termine) che costituiscono a tutti gli effetti il primo e paradigmatico passo a partire dal quale il presunto nuovo corso degli equilibri mondiali ha assunto il volto della sfavillante vita urbana e globale di fine millennio, offrendo come rovescio della medaglia e diretta conseguenza la megalopoli-parassita[7], peculiare tumore di quella parte del mondo che si persuade dell'altrui superiorità antropologica e della propria nullità.

La lettura del testo architettonico (e del tessuto urbano e infrastrutturale che scatena) nella sua valenza di vettore e strumento puramente culturale, frutto di un più ampio, radicato e agito concetto dello spazio e del tempo, ci permette su questa strada di intuire orizzonti critici e autocritici in grado di condurre la storiografia architettonica in una dimensione più onestamente multidisciplinare, in grado di trasformarla in un laboratorio profondamente operativo (e non più solamente contemplativo) mirato alla lettura, alla prefigurazione e, se necessario, alla denuncia costruttiva delle dinamiche interculturali che interagiscono all'interno del mondo urbanizzato.

Un aperto e sin troppo rimandato confronto con discipline già da tempo impegnate in questa difficile ma vitale opera di "decentramento critico" (come le Letterature Comparate, il Regionalismo Critico, i Traslation Studies, la Post-colonial Theory, gli Intercultural Studies, i Gender's Studies e gli Women's Studies), si può rivelare a questo punto una tappa cruciale nell'ambito di una rivalutazione, in architettura, di quelle valenze etiche e dialogiche (nel senso più lato del termine) a lungo omesse dagli "addetti ai lavori" e di fatto degenti nelle città non-luogo[8] dove viviamo e dove induciamo a vivere.


[1] Acutamente decritto da Serge Latouche come "pacchetto da esportazione" all'interno del quale i fenomeni dell'Industrializzazione, dell'Urbanizzazione e del Nazionalitarismo interagiscono per dar vita al processo da lui definito: Occidentalizzazione del mondo.


[2] Utilizzando per contrasto la valenza positiva che generalmente viene accordata al termine meticcio, l'élite meticcia è quella peculiare classe dirigente che, all'interno dei paesi ex e neocoloniali, ha beneficiato di una doppia acculturazione compiendo spesso in ultima istanza la scelta di cannibalizzare nel proprio modello etico-morale il dominatore rinnegando il valore della propria cultura d'origine (di cui si sono fatti garanti nel migliore dei casi i ceti subalterni e nel peggiore frange reazionarie ed fondamentaliste).


[3] Il termine acculturazione, nella sua più nota definizione (ossia quella di Redfield, Linton e Herskovits, del 1959) "comprende i fenomeni che risultano dal contatto diretto e continuo fra gruppi individuali di diverse culture, con conseguenti cambiamenti nei modi culturali di uno o di ambedue i gruppi". A questo Alberto Cinese aggiunge che la pratica acculturante si direbbe coatta qualora intervenissero, da parte di uno dei gruppi coinvolti, imposizioni civilizzatrici a marcarne la fenomenologia e risultati.

[4] "E' donando che L'Occidente acquista il potere e il prestigio che generano la vera destrutturazione culturale. Le società possono difendersi contro la violenza e il saccheggio [...] Viceversa tutto le dispone a presentarsi come disarmate e senza difesa di fronte al dono […] In tutte le società il donatore acquista prestigio e diventa creditore di un debito di riconoscenza che niente può estinguere. Il neocolonialismo con l'assistenza tecnica e il dono umanitario ha fatto per la deculturazione molto di più che non la colonizzazione brutale". (da S. Latouche, L'occidentalizzazione del mondo, Torino 1992, p. 71)

[5] Per questo affascinante termine rimando all'intero percorso del testo di F. La Cecla, Mente Locale, Milano 1993

[6] Si consideri in particolar modo la valenza che ne dà M. Tafuri in Progetto e Utopia (Bari 1973)

[7] Peculiare statuto urbano che l'economista P. Bairoch ha accordato alla mutazione genetica da ipertrofia che negli ultimi cinquant'anni ha investito le sorti delle ex città coloniali.

[8] Utilizzo l'ormai noto neologismo introdotto da M Augé nel suo Non Luoghi. Per una antropologia del surmodernità (Milano 1993) e ampliato successivamente nelle sue implicazioni da numerosi altri studiosi in tutto il mondo, tra cui, in Italia sono da segnalare M. Ilardi, P. Desideri e A. Terranova.