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la
rete reale virtuale dell'arte contemporanea
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cattedrali
nel deserto
a cura di Davide Franceschini Urbanistica
e forma architettonica in tre capitali del Terzo Mondo occidentalizzato. nel
profondo non ci sono radici 1) il peso che secoli di dominazione coloniale hanno avuto nello stravolgimento degli equilibri e dei patrimoni di identità culturalmente connotate, come quelle proprie ai paesi dell'attuale e cosiddetto Terzo Mondo; 2) le molteplici strade attraverso cui l'Occidente ha avuto modo di reinnestarsi all'interno di queste autentiche "crisi della presenza" portando sostanzialmente a termine un progetto inesorabilmente coerente con un pensiero plurisecolare e quindi particolarmente sintomatico: la "modernità". L'atteggiamento delle élites socio-politiche che hanno dato vita ai movimenti anticolonialisti emersi nel suddetto momento storico, indipendentemente e dipendentemente dagli specifici "ambienti" in cui agirono, ha difatti rivelato tutta una serie di elementi che ci portano a valutare cause ed effetti delle profonde fratture che scatenarono. Tramite l'indotta persuasione di un sostanziale "sottosviluppo", questi fondamentali attori sociali hanno aperto il determinante varco attraverso cui si è compiuto il definitivo passo della vicenda imperialista. Questo varco prende la forma del dono[4] e quindi della pratica castratrice che rende il donatore padrone di colui che riceve il dono (pratica che prende il nome di potlach ). Il Terzo Mondo neocolonizzato, attraverso il bisogno indotto della modernizzazione, ha quindi sostanzialmente commissionato all'Occidente il proprio presunto "progresso", ricavandone una nuova forma di sottomissione reiterata e rinforzata, quindi, da ogni singolo "dono" mirato a questo nuovo orizzonte. In questo scacchiere si inserisce, più che l'arte nel sua complessità, lo specifico e particolarissimo compito che l'architettura occidentale (feticcio moderno per antonomasia) ha, a partire da quel momento e da quelle premesse, meticolosamente svolto.Se consideriamo infatti l'architettura come un complesso sistema comunicativo culturalmente connotato e connotante - più che come un mero oggetto macroscultoreo - vediamo da subito emergere dalle sue fondamenta un' inquietante potenzialità, quella cioè di interferire e cortocircuitare le griglie sociali e culturali entro cui si inserisce, sostituendo alla stratificata materia significante costituita dalla fusione di spazio tempo e coscienza (la mente locale[5]), il violento germe monistico, astorico e atemporale costituito dal "luogo mentale", estrema sintesi del percorso propriamente platonico-aristotelico che da una distillazione meticolosa del contingenziale porta all'enucleazione della pura idea operativa attraverso il progetto[6]. La densità comunicativa di cui è capace il medium architettonico
consente a questo, e a ciò che ruota intorno alla sua concretizzazione,
di porsi come un fondamentale e insostituibile documento storico-culturale,
come un'iscrizione inesorabilmente legata alle proprie cause e inesorabile
nei suoi effetti. Committenze acculturate, traumaticamente affrancate dai propri retaggi e abbagliate dal miraggio della modernità e itineranti istinti poetico-progettuali messi nelle condizioni di dare libero sfogo alle proprie ataviche utopie sulla tabula rasa di un ormai compiuto azzeramento, costituiscono l'humus da cui prendono forma questi monumenti all'assenza, queste cattedrali nel deserto (nel senso più letterale del termine) che costituiscono a tutti gli effetti il primo e paradigmatico passo a partire dal quale il presunto nuovo corso degli equilibri mondiali ha assunto il volto della sfavillante vita urbana e globale di fine millennio, offrendo come rovescio della medaglia e diretta conseguenza la megalopoli-parassita[7], peculiare tumore di quella parte del mondo che si persuade dell'altrui superiorità antropologica e della propria nullità. La lettura del testo architettonico (e del tessuto urbano e infrastrutturale che scatena) nella sua valenza di vettore e strumento puramente culturale, frutto di un più ampio, radicato e agito concetto dello spazio e del tempo, ci permette su questa strada di intuire orizzonti critici e autocritici in grado di condurre la storiografia architettonica in una dimensione più onestamente multidisciplinare, in grado di trasformarla in un laboratorio profondamente operativo (e non più solamente contemplativo) mirato alla lettura, alla prefigurazione e, se necessario, alla denuncia costruttiva delle dinamiche interculturali che interagiscono all'interno del mondo urbanizzato. Un aperto e
sin troppo rimandato confronto con discipline già da tempo impegnate
in questa difficile ma vitale opera di "decentramento critico" (come
le Letterature Comparate, il Regionalismo Critico, i Traslation
Studies, la Post-colonial Theory, gli Intercultural Studies, i Gender's
Studies e gli Women's Studies), si può rivelare a questo punto una
tappa cruciale nell'ambito di una rivalutazione, in architettura,
di quelle valenze etiche e dialogiche (nel senso più lato del termine)
a lungo omesse dagli "addetti ai lavori" e di fatto degenti nelle
città non-luogo[8]
dove viviamo e dove induciamo a vivere. [2] Utilizzando per contrasto la valenza positiva che generalmente viene accordata al termine meticcio, l'élite meticcia è quella peculiare classe dirigente che, all'interno dei paesi ex e neocoloniali, ha beneficiato di una doppia acculturazione compiendo spesso in ultima istanza la scelta di cannibalizzare nel proprio modello etico-morale il dominatore rinnegando il valore della propria cultura d'origine (di cui si sono fatti garanti nel migliore dei casi i ceti subalterni e nel peggiore frange reazionarie ed fondamentaliste). [3] Il termine acculturazione, nella sua più nota definizione (ossia quella di Redfield, Linton e Herskovits, del 1959) "comprende i fenomeni che risultano dal contatto diretto e continuo fra gruppi individuali di diverse culture, con conseguenti cambiamenti nei modi culturali di uno o di ambedue i gruppi". A questo Alberto Cinese aggiunge che la pratica acculturante si direbbe coatta qualora intervenissero, da parte di uno dei gruppi coinvolti, imposizioni civilizzatrici a marcarne la fenomenologia e risultati. [5] Per questo affascinante termine rimando all'intero percorso del testo di F. La Cecla, Mente Locale, Milano 1993 |
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