la rete reale virtuale dell'arte contemporanea

ARCHIVIO ZENIT A cura di Emilia Jacobacci

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Magazzino d'arte moderna
Via dei Prefetti 17

La galleria come spazio del contemporaneo.
di Emilia Jacobacci

Punto di partenza ormai assodato, a dispetto del mare magnum delle settorializzazioni e parcellizzazioni terminologiche e tecnicistiche degli "ismi" del nostro secolo scientista e classificatore , è il fatto che l'arte contemporanea non si presti alle definizioni e alle categorizzazioni da manuale. Diretta conseguenza di questa natura inafferrabile e sfuggente del fare arte, è la revisione, concettuale e pratica, dello spazio destinato all'arte. Problema questo che mobilita la grande architettura tanto che il nuovo millennio si apre sulla scia di grandi progetti e grandi realizzazioni: nuove cattedrali della contemporaneità, i musei d'arte contemporanea sono chiamati ad arginare l'espansione e la dilatazione di un'opera che sconfina oltre l'oggetto. Riposto il cavalletto, la grandeur del millennio richiede budget per orizzonti duttili e indefiniti e spazi flessibili per opere non convenzionali.
Mutans mutandis, che conto fare della galleria? Che conto fare dello spazio intimo e raccolto in cui l'opera si espone e si propone spesso per la prima volta?

"La Galleria stessa, come luogo, si è rifugiata nei piani alti degli appartamenti generando un vero e proprio percorso iniziatico per chi voglia frequentare l'arte senza essere uno specialista (…)" , nota Lorenzo Mango .
Introiettata e nascosta, la galleria contemporanea, soverchiata dalle grandi lobby museali, va cercata, scovata, scoperta nelle maglie del tessuto onnivoro della città : garanzia di un percorso di conoscenza non standardizzato, riserva al visitatore il suo prodotto non confezionato nel pacchetto-cultura-pronto-uso ma resta una nicchia per un'esperienza autentica, volano tra creazione artistica e fruizione estetica, tra individuale e sociale.

Così, nascosto all'interno di un cortile di un palazzo nel centro di Roma, il Magazzino d'Arte Moderna di via dei Prefetti è da alcuni anni un punto di riferimento non eludibile nel panorama delle gallerie romane.
Gli spazi espositivi, dopo il recente ampliamento del nucleo originario, non sono comunicanti tra loro, ma vi si accede separatamente dal cortile esterno: gli ambienti - semplici stanze bianche- sembrano ricavati dalla possibilità stessa offerta dal contesto urbano, si ritagliano una vivibilità provvisoria tra le mura imponenti degli edifici storici, sono aperti al cambiamento.
La galleria di pari passo ad un'arte che ha conquistato l'affrancamento dalle categorie (concettuali, formali, spaziali,) si fa anch'essa spazio in fieri, non progettato secondo una logica prevista e definitiva ma predisposto alla ridefinizione continua, luogo di produzione non ultimativo, non raffinato ma provvisorio; "magazzino" appunto.
Come luogo del contemporaneo, la galleria è luogo del rapporto dialettico con ciò che è in divenire, con ciò che è sfuggente, in cui spazio e tempo non sono delimitati né conchiusi in un percorso già noto, ma inevitabilmente destinati ad una relazione incessante con il presente e quindi endemicamente preposti all'eventualità di ogni possibile realizzazione : la galleria non può non essere che uno spazio lontano da ogni schema e da ogni via obbligata, portato all'espansione, all'assenza di categorie, ad una visone a centottanta gradi.
Lo stesso spirito è alla base anche della proposta artistica del Magazzino, avulsa da qualsiasi a priori categorico: le scelte espositive non sono orientate né cercano di dare orientamenti seguendo una corsia preferenziale, una catalogazione o una politica di marketing, ma sono ispirate alla pura aderenza al contesto: del resto, argomenta il gallerista Mauro Nicoletti, già da Marcel Duchamp l'arte sfugge a qualsiasi definizione di genere… In questo senso, in luogo di chiudersi nei confini di un ambito settoriale o cronologico necessariamente definito - fotografia, pittura, video, performance..o quant'altro - il magazzino sceglie di farsi luogo per una contemporaneità sfaccettata, molteplice, indefinita e, fin dalle prime esposizioni si propone di attraversare senza soluzione di continuità differenti ambiti artistici e mezzi espressivi con uno spirito eclettico e versatile.

Può accadere allora che, per "Armonia Meravigliosa" dei Vedovamazzei, il pavimento della galleria venga interamente ricoperto di terreno, creta rossa, argilla e acqua in un impasto da cui sbocciano ninfee transegentiche modificate recanti motivi ispirati al dripping pollokiano - agghiacciante riferimento ad un'era in cui la spontaneità della natura è assurdamente artefatta e sottomessa al cipiglio e al vezzo dell'uomo - o che Massimo Bartolini costruisca, stanza nella stanza, uno spazio abitabile in cui entrare e, camminando su un pavimento instabile sotto il peso del corpo, perdere le coordinate consuete. Con la personale di Bartolini, del resto, il Magazzino inaugura un ciclo di mostre incentrato proprio sul rapporto tra arte e spazio ("Altre Voci altre stanze/Other voices, other rooms",a cura di Cloe Piccoli) che si protrarrà anche nel corso della prossima stagione.

Lungi dalla magniloquenza delle architetture-star stile Bilbao in cui l'opera è quasi chiamata a decorare lo spazio, la galleria, nel suo spazio minimale, perde la sua struttura stabile relazionandosi con l'opera, diviene polivalente e mutabile, si fa inscindibile con il rappresentato e può autenticamente mostrarne il valore.
A ben guardare allora chiedendoci che conto fare della galleria oggi rispondiamo: che conto fare dell'arte oggi?

1 Lorenzo Mango, in Flash Art. N139

Massimo Bartolini: a lezione di… percussioni!
Maria Egizia Fiaschetti

"I visitatori entrano uno alla volta": il monito ha il sapore di un presagio e, quasi, intimorisce, come la celebre epigrafe dantesca scolpita sulla porta dell'inferno! In realtà, questa lapidaria sentenza traccia un solco, delimita un confine oltre il quale si apre Tamburo, l'installazione allestita da Massimo Bartolini negli spazi del Magazzino d'Arte Moderna (Roma, via dei Prefetti 17, dal 7 Marzo al 10 Aprile 2002). Per accedere all'ambiente, rialzato da terra, occorre varcare una soglia, raggomitolati su se stessi in posizione fetale. Questo stato si addice perfettamente all'azzeramento operato dall'artista, propizio alla palingenesi dell'homo novus. La stanza si prospetta al nostro sguardo come una pagina vuota: tutto - pareti, pavimento, soffitto - ha la sembianza di una "camera sterile", disinfestata da eventuali germi patogeni! Qui, il fruitore naufraga in un limbo, privo di segnali che sappiano indicargli la rotta. Disorientato e depistato, può solo abbandonarsi all'attesa e, a poco a poco, provare ad appaesarsi in quell'assetto defamiliarizzato, come colui che, smarritosi nel bosco, trova riparo nella radura. Tale isolamento consente, tuttavia, di trarre la verità, dall'inestricabile labirinto della vegetazione, nell'atmosfera luminosa dell'Aperto. Lo spazio assume, così, l'insolita veste di un interlocutore che, dispiegando la nobile arte della maieutica, soccorre il parto di una nuova coscienza. L'opera esige, necessariamente, un approccio individuale: come uno stilita del deserto, ciascun fruitore deve affrontare, da solo, quest'esperienza di privazione. La prova consiste, appunto, nel sapersi misurare con lo spiazzamento percettivo, deliberatamente innescato dall'artista. La sua prassi riduzionista contribuisce, infatti, a creare un ambiente in cui, alla totale assenza di coordinate visive, corrisponde la concreta possibilità di modellarlo con la propria presenza, semplicemente insediandosi al suo interno; uno spazio a misura d'uomo, perché "fatto" dall'uomo: dunque, uno spazio abitabile…Allora, quella gabbia, anonima e inospitale, svela il suo volto amico e sul pavimento scopriamo un pugno di noci lasciate, forse, da un personaggio delle fiabe! Quello che, prima, ci appariva un invaso vuoto e desolante, si popola, ora, di segni che mappano una costellazione: da qui, possiamo percorrere, a ritroso, la strada verso noi stessi. Lo spazio comincia, come per magia, ad animarsi, a plasmarsi sotto i nostri passi; il piano del pavimento s'inclina, si scardina dalle pareti, scivola su di esse come una sostanza fluida. L'interazione tra lo spazio e il suo abitante acquista la valenza di un nesso causa - effetto; la diversa inclinazione del pavimento dipende, infatti, dal peso di chi lo calpesta. Il fruitore "firma" lo spazio, s'imprime in esso con il suo corpo: uno spazio elastico e modificabile, duttile agli esiti più disparati. La stanza si qualifica, dunque, come ambito del pensiero, scatola cranica sottoposta a un salutare processo di decompressione. In questa dimensione neutra e incolore l'individuo può, finalmente, liberarsi di tutti gli archetipi accumulati nella sfera di una quotidianità, sempre più degradata allo stadio delle cose. Pertanto, l'esperienza di sé si costruisce mediante l'interazione, spontanea e immediata, con l'altro da sé. La compenetrazione tra macro e microcosmo si gioca sul piano di una fisicità che, per quanto filtrata dalla ragione, non è mai trascesa. L'installazione - intitolata, non a caso, Tamburo - funge, per così dire, da cassa armonica e il fruitore, a sua volta, da percussione: il loro contatto fa scaturire insolite e virtuali sonorità! A questo proposito, occorre sottolineare come l'opera di Massimo Bartolini si esprima in termini decisamente fisici: "…Ho cercato di rendere praticabile l'immaginazione. Sto cercando di rendere praticabile l'immaginazione. Per praticabile intendo poterci portare anche il corpo, nel piano dell'immaginazione. Come se una storia o un romanzo facessero pressione sul corpo. Penso che quest'attitudine alla fisicità sia un regalo della vita in campagna e di una famiglia di lavoratori, il fatto che abbia avuto il tempo di pensare ha reso tutto fantastico. Le storie di questo posto, Cecina, dove vivo, sono raccontate dalla natura, con la quale la partita è sempre aperta, e fa sì che la fisicità sia ancora una qualità necessaria. Essa è un interlocutore che usa il linguaggio comune all'universo, infinito. Gli uomini è come se riassumessero ed evidenziassero, in sé, i romanzi della natura, come se ne fossero la tradizione orale, come se fossero l'occhio che scorre sulle righe e si mescola alle parole del libro stesso".1

Analogamente, il "pavimento mutante" realizzato dall'artista al Magazzino d'Arte Moderna, provoca una precipitazione fenomenica del contesto ambientale, che stimola l'osservatore a riavviare il suo processore interno, in temporaneo stand-by, recuperando il suo innato senso di appartenenza all'orizzonte, circolare e dialettico, del Tutto.

1 Cit. in: Laura Cherubini, Massimo Bartolini. Nella testa, nel giardino, "Panorama", Marzo 1998, p. 14.