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la
rete reale virtuale dell'arte contemporanea
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Z E N I T |
Magazzino
d'arte moderna Punto di partenza
ormai assodato, a dispetto del mare magnum delle settorializzazioni
e parcellizzazioni terminologiche e tecnicistiche degli "ismi"
del nostro secolo scientista e classificatore , è il fatto
che l'arte contemporanea non si presti alle definizioni e alle categorizzazioni
da manuale. Diretta conseguenza di questa natura inafferrabile e sfuggente
del fare arte, è la revisione, concettuale e pratica, dello
spazio destinato all'arte. Problema questo che mobilita la grande
architettura tanto che il nuovo millennio si apre sulla scia di grandi
progetti e grandi realizzazioni: nuove cattedrali della contemporaneità,
i musei d'arte contemporanea sono chiamati ad arginare l'espansione
e la dilatazione di un'opera che sconfina oltre l'oggetto. Riposto
il cavalletto, la grandeur del millennio richiede budget per orizzonti
duttili e indefiniti e spazi flessibili per opere non convenzionali.
"La Galleria
stessa, come luogo, si è rifugiata nei piani alti degli appartamenti
generando un vero e proprio percorso iniziatico per chi voglia frequentare
l'arte senza essere uno specialista (
)" , nota Lorenzo
Mango . Così, nascosto
all'interno di un cortile di un palazzo nel centro di Roma, il Magazzino
d'Arte Moderna di via dei Prefetti è da alcuni anni un punto
di riferimento non eludibile nel panorama delle gallerie romane. Può accadere allora che, per "Armonia Meravigliosa" dei Vedovamazzei, il pavimento della galleria venga interamente ricoperto di terreno, creta rossa, argilla e acqua in un impasto da cui sbocciano ninfee transegentiche modificate recanti motivi ispirati al dripping pollokiano - agghiacciante riferimento ad un'era in cui la spontaneità della natura è assurdamente artefatta e sottomessa al cipiglio e al vezzo dell'uomo - o che Massimo Bartolini costruisca, stanza nella stanza, uno spazio abitabile in cui entrare e, camminando su un pavimento instabile sotto il peso del corpo, perdere le coordinate consuete. Con la personale di Bartolini, del resto, il Magazzino inaugura un ciclo di mostre incentrato proprio sul rapporto tra arte e spazio ("Altre Voci altre stanze/Other voices, other rooms",a cura di Cloe Piccoli) che si protrarrà anche nel corso della prossima stagione. Lungi dalla magniloquenza
delle architetture-star stile Bilbao in cui l'opera è quasi
chiamata a decorare lo spazio, la galleria, nel suo spazio minimale,
perde la sua struttura stabile relazionandosi con l'opera, diviene
polivalente e mutabile, si fa inscindibile con il rappresentato e
può autenticamente mostrarne il valore. 1 Lorenzo Mango, in Flash Art. N139 |
Massimo Bartolini:
a lezione di
percussioni! "I visitatori entrano uno alla volta": il monito ha il sapore di un presagio e, quasi, intimorisce, come la celebre epigrafe dantesca scolpita sulla porta dell'inferno! In realtà, questa lapidaria sentenza traccia un solco, delimita un confine oltre il quale si apre Tamburo, l'installazione allestita da Massimo Bartolini negli spazi del Magazzino d'Arte Moderna (Roma, via dei Prefetti 17, dal 7 Marzo al 10 Aprile 2002). Per accedere all'ambiente, rialzato da terra, occorre varcare una soglia, raggomitolati su se stessi in posizione fetale. Questo stato si addice perfettamente all'azzeramento operato dall'artista, propizio alla palingenesi dell'homo novus. La stanza si prospetta al nostro sguardo come una pagina vuota: tutto - pareti, pavimento, soffitto - ha la sembianza di una "camera sterile", disinfestata da eventuali germi patogeni! Qui, il fruitore naufraga in un limbo, privo di segnali che sappiano indicargli la rotta. Disorientato e depistato, può solo abbandonarsi all'attesa e, a poco a poco, provare ad appaesarsi in quell'assetto defamiliarizzato, come colui che, smarritosi nel bosco, trova riparo nella radura. Tale isolamento consente, tuttavia, di trarre la verità, dall'inestricabile labirinto della vegetazione, nell'atmosfera luminosa dell'Aperto. Lo spazio assume, così, l'insolita veste di un interlocutore che, dispiegando la nobile arte della maieutica, soccorre il parto di una nuova coscienza. L'opera esige, necessariamente, un approccio individuale: come uno stilita del deserto, ciascun fruitore deve affrontare, da solo, quest'esperienza di privazione. La prova consiste, appunto, nel sapersi misurare con lo spiazzamento percettivo, deliberatamente innescato dall'artista. La sua prassi riduzionista contribuisce, infatti, a creare un ambiente in cui, alla totale assenza di coordinate visive, corrisponde la concreta possibilità di modellarlo con la propria presenza, semplicemente insediandosi al suo interno; uno spazio a misura d'uomo, perché "fatto" dall'uomo: dunque, uno spazio abitabile Allora, quella gabbia, anonima e inospitale, svela il suo volto amico e sul pavimento scopriamo un pugno di noci lasciate, forse, da un personaggio delle fiabe! Quello che, prima, ci appariva un invaso vuoto e desolante, si popola, ora, di segni che mappano una costellazione: da qui, possiamo percorrere, a ritroso, la strada verso noi stessi. Lo spazio comincia, come per magia, ad animarsi, a plasmarsi sotto i nostri passi; il piano del pavimento s'inclina, si scardina dalle pareti, scivola su di esse come una sostanza fluida. L'interazione tra lo spazio e il suo abitante acquista la valenza di un nesso causa - effetto; la diversa inclinazione del pavimento dipende, infatti, dal peso di chi lo calpesta. Il fruitore "firma" lo spazio, s'imprime in esso con il suo corpo: uno spazio elastico e modificabile, duttile agli esiti più disparati. La stanza si qualifica, dunque, come ambito del pensiero, scatola cranica sottoposta a un salutare processo di decompressione. In questa dimensione neutra e incolore l'individuo può, finalmente, liberarsi di tutti gli archetipi accumulati nella sfera di una quotidianità, sempre più degradata allo stadio delle cose. Pertanto, l'esperienza di sé si costruisce mediante l'interazione, spontanea e immediata, con l'altro da sé. La compenetrazione tra macro e microcosmo si gioca sul piano di una fisicità che, per quanto filtrata dalla ragione, non è mai trascesa. L'installazione - intitolata, non a caso, Tamburo - funge, per così dire, da cassa armonica e il fruitore, a sua volta, da percussione: il loro contatto fa scaturire insolite e virtuali sonorità! A questo proposito, occorre sottolineare come l'opera di Massimo Bartolini si esprima in termini decisamente fisici: " Ho cercato di rendere praticabile l'immaginazione. Sto cercando di rendere praticabile l'immaginazione. Per praticabile intendo poterci portare anche il corpo, nel piano dell'immaginazione. Come se una storia o un romanzo facessero pressione sul corpo. Penso che quest'attitudine alla fisicità sia un regalo della vita in campagna e di una famiglia di lavoratori, il fatto che abbia avuto il tempo di pensare ha reso tutto fantastico. Le storie di questo posto, Cecina, dove vivo, sono raccontate dalla natura, con la quale la partita è sempre aperta, e fa sì che la fisicità sia ancora una qualità necessaria. Essa è un interlocutore che usa il linguaggio comune all'universo, infinito. Gli uomini è come se riassumessero ed evidenziassero, in sé, i romanzi della natura, come se ne fossero la tradizione orale, come se fossero l'occhio che scorre sulle righe e si mescola alle parole del libro stesso".1 Analogamente, il
"pavimento mutante" realizzato dall'artista al Magazzino d'Arte
Moderna, provoca una precipitazione fenomenica del contesto ambientale,
che stimola l'osservatore a riavviare il suo processore interno, in
temporaneo stand-by, recuperando il suo innato senso di appartenenza
all'orizzonte, circolare e dialettico, del Tutto. |
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