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Galleria Roberto
Giustini
di Emilia Jacobacci
Malizia guarda
Cucchi, Sottsass, Paladino, Rashid. Il suo occhio dilatato ed espanso
coglie frammenti, dettagli di oggetti in una messa a fuoco in cui
i confini del reale sono ridisegnati e ridefiniti, persi e ricostituiti,
per rinascere oltre le possibilità fisiche dell'occhio di chi
guarda. Ma l'operazione che il giovane fotografo d'adozione romana
conduce alla galleria Roberto Giustini, già nota come galleria
Memphis e figlia dell'omonima milanese, va ancora oltre: i lavori
di Malizia non colgono dettagli di oggetti qualsiasi ma sono scatti
di oggetti di design esposti nella galleria nel corso di questi anni,
sorta di opera nell'opera che come una scatola cinese nasconde al
suo interno altre possibilità di visione e lettura.
Trait d'union tra arte visiva e design, la mostra a ben guardare allora
ha un duplice senso: oltre ad esporre la fotografia di Malizia, attraverso
l'occhio dell'artista si reinterpreta e ripropone la storia recente
della galleria e le opere mostrate nel corso degli ultimi due anni.
Si spiega così perché uno spazio espositivo nato per
l'oggetto di design ospiti una mostra fotografica: il dettaglio rivelato
attraverso l'immagine non perde la purezza della forma ma diventa
un frammento capace di cogliere la qualità essenziale degli
oggetti, la texture delle superfici, il colore,la porosità
dei materiali, la lucentezza ed esaltandone la qualità estetica,
quasi come un occhio interno, apre un nuovo canale percettivo ridando
vita all'oggetto. Il nodo che si stringe con questa mostra tra fotografia
e design riconferma del resto la direzione della galleria romana che,
pur nata nel 1999 nell'ambito del puro design, senza tradire la sua
vocazione sceglie una politica espositiva aperta alla contaminazione
tra diversi generi e diversi linguaggi.
Testimone e punto chiave di questa linea di tendenza è l'esposizione
che nel 2000 vede l'importante collaborazione fra Enzo Cucchi, protagonista
storico della Transavanguardia ed un designer di prestigio come Ettore
Sottsass , collaborazione romana che darà il via alle successive
significative esperienze di Milano e Siracusa. L'incontro creativo
tra l'universo espressivo di Cucchi e quello di Sotsass inaugura per
la galleria la felice via delle collaborazioni inedite e delle contaminazioni
artistiche: lo scorso aprile Roberto Giustini presenta un'altra mostra
frutto della collaborazione di due giovani designer, Johanna Grawunder
e Karim Rashid e ancora nuove collaborazioni sono inaugurate con la
particolare "rivista" periodica "I disuguali",
prodotta dalla galleria e realizzata in esemplari limitati su tavolette
in ceramica già da Enzo Cucchi ed Ettore Sottsass, Barbara
Radice, Mimmo Paladino e Giorgio Celli .
La galleria si pone così come promotrice di un design raffinato,
contaminato più che dalla serialità industriale, dall'originalità
artistica, aperto di volta in volta ad esperienze inedite nella scelta
di non piegare l'oggetto alle esigenze di un consumo di massa ma di
valorizzarne la qualità attraverso la peculiarità dei
materiali e l'espressività creativa.
Di fronte alla possibilità di un'estetica standardizzata e
ad una realtà globalizzata dominata dall'anonimato dell'oggetto
d'uso, il valore di una simile operazione sta allora nel riprogettare
l'oggetto - e l'esistenza- come prodotto della creatività umana,
come prodotto artistico non convenzionale e non omologato ma di volta
in volta unico e originale. Se progettare l'oggetto è progettare
"la qualità complessiva dell'ambiente in cui viviamo"
l'orizzonte estetico che il design contemporaneo ci offre verifica
e dimostra l'orizzonte culturale della nostra società : se
l'oggetto modifica la realtà materiale e modifica l'uomo chiedendo
di adattarsi ad essa, alla cultura dell'oggetto e al design contemporaneo
è demandato il compito di descrivere e ridisegnare la nostra
realtà materiale e umana. Il valore e il senso allora della
proposta di design della galleria Roberto Giustini è tutta
qua: nel valore e nel senso di una proposta che offra, per la cultura
e per l'Uomo, l'oggetto di design non come semplice prodotto estetico
ma come risultato della capacità e della creatività
dell'operare umano e dunque ne faccia, nel senso più completo
del termine, proposta d' arte.
Galleria Roberto
Giustini
Via dell'Orso 72
Mart-Ven h.16-19 Sab 10,30-13/16-19
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Le fotografie
ambientali di Andrea Malizia
di Maria Egizia Fiaschetti
La personale di Andrea Malizia (Roma, Galleria Roberto Giustini, 27
Giugno-30 Settembre 2002) sorprende per l'audacia e originalità
dell'allestimento. In principio, lo sguardo è spaesato dal vuoto
inscritto sulle pareti, inspiegabilmente spoglie, nude, afasiche. Il
disorientamento percettivo consente, in realtà, di esperire le
immagini secondo una prassi non convenzionale. Le opere, non più
destinate a decorare la cornice architettonica dello spazio espositivo,
sono deposte, come offerte votive, su un ampio tavolo ligneo (disegnato
da Ettore Sottsass) che, nel colorito biancastro e nella forma squadrata,
acquista la parvenza di un altare. La mensa, arredo del vivere quotidiano,
innesca nell'immaginario collettivo una serie di rimandi allusivi: simbolo
del rituale domestico e, insieme, tempio del consumo. Il banchetto allestito
da Malizia predispone un particolare genere di cibo, allettante non
soltanto per la vista, ma soprattutto per l'immaginazione. Le dodici
stampe fotografiche, impresse su un supporto soffice e vellutato come
la carta cotone, assumono una consistenza tattile, quasi materica. Gli
scatti immortalano particolari di opere realizzate da artisti, architetti,
designer, tra i quali spiccano Enzo Cucchi, Johanna Grawunder, Mimmo
Paladino, Karim Rashid, Ettore Sottsass. L'attenzione al dettaglio si
traduce in esame analitico del reale e agisce come una lente d'ingrandimento,
offrendo una prospettiva tanto ravvicinata da suggerire un contatto
quasi epidermico con le cose. La dilatazione e l'ingrandimento oltre
misura sovvertono i tradizionali canoni proporzionali, facendo slittare
lo sguardo in una dimensione completamente fuori scala. Si ha la sensazione
di ritrovarsi, all'improvviso, in un mondo parallelo, nel quale i consueti
ordini di grandezza appaiono letteralmente rovesciati. Come in un dipinto
di Alberto Savinio, la foresta inanimata di oggetti, apparentemente
innocui, si trasforma in presenza minacciosa agli occhi della formica
Allo stesso modo, l'obiettivo deformante di Malizia svela l'esistenza
di una vertigine inesplorata oltre la scorsa del fenomeno: è
un mondo che si espande in profondità, capillarmente ramificato
e disseminato nelle pieghe infinite della submateria. La fisionomia
del reale può essere, perciò, associata non tanto all'immagine
sintetica e unitaria della sfera, quanto a quella molteplice e sfaccettata
del poliedro. Le opere fotografate dall'artista, irriconoscibili per
effetto della visuale angolata, sfuggono a qualsiasi definizione, mostrando
la loro inesauribile riserva di significato. L'intervento di Malizia
consente di esplorarne i percorsi inediti, di coglierne gli aspetti
nascosti, quasi volesse palesare la coesistenza di più opere
nell'opera. Le stampe, disposte su un ruvido strato di feltro, emergono
dal supporto e sembrano acquisire una tangibile fisicità. L'intento
di liberarsi dai margini bidimensionali del piano è espresso
con maggiore incisività nella riproduzione a colori su ceramica.
Qui lo sconfinamento è totale: l'immagine, che affiora dalla
parete di fondo simile a una scultura, si salda allo spazio circostante
con la densità di un'ombra obliqua e allungata. La ricerca di
Malizia è giunta, ormai, all'esito radicale di proiettare nell'ambiente
la sua opera fotografica.
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