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Roma Roma Roma
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di Emilia Jacobacci
Sorta di moderna
renovatio urbis quella che in questi mesi sembra interessare il milieu
capitolino dell'arte contemporanea in cui si assiste ad un proliferare
di nuove proposte e nuovi spazi.
Dopo Matteo Boetti, che ha cominciato con Autori cambi a marzo, ad
aprile è stata la volta delle sorelle Bonomo - che si sono
divise dando vita a due spazi indipendenti, Valentina nel ghetto ebraico
e Alessandra in via del Gesù - mentre a giugno, tra gli archi
di Trastevere, ha aperto i battenti Roma Roma Roma, atteso risultato
di una collaborazione internazionale tra Franco Noero, già
direttore dell'omonima galleria a Torino , Toby Webster direttore
della galleria The Modern Istitute di Glasgow e Gavin Brown, della
Gavin Brown's enterprise di New York.
L'idea di questo spazio romano risale ad un incontro del 2001 alla
fiera di Basilea in cui i tre galleristi confrontano la volontà
comune di convergere nella capitale e si lanciano nel progetto. Il
risultato, meno di un anno dopo è una galleria - e una società
- da subito proiettata oltre i confini locali che si prospetta per
Roma come importante terreno di scambio, punto di confluenza e incontro
per l'arte contemporanea internazionale.
Ne dà prova la stupefacente opening exhibition che il 20 giugno
ha dato il via a questa collaborazione: seguendo l'ipotesi di presentare
un'ideale e immaginaria collezione raccolta in giro per il mondo da
un altrettanto ideale e immaginario collezionista, Noero, Webster
e Brown, riuniscono più di settanta lavori di artisti internazionali,
disposti senza soluzione di continuità per tutto lo spazio
della galleria e oltre, nel cortile esterno. Ciò che emerge
è una mappa varia e complessa dell'arte attuale che al di là
di ogni lettura univoca e di ogni tentativo di costruzione significante
a priori, crea la percezione di una frammentarietà spiazzante
e vorticosa, all'occorrenza ironica, come nella Vespa-Fountain di
Mark Handforth o violenta, come nella fotografia di Robert Mattlethorpe.
In questa contemporaneità molteplice e sfuggente non si dà
un percorso obbligato -l'allestimento stesso appare serrato e privo
di un "centro" - ma l'identità del contesto si costruisce
nel confronto e nella relazione continua. In questo senso la galleria,
lungi dall'essere un luogo conchiuso per la contemplazione dell'opera,
si dà come interfaccia attivo tra artisti e pubblico, luogo
per l'esposizione in grado di cogliere la velocità delle connessioni
e dei contatti e metterli in relazione.
L'orientamento per i progetti futuri non sembra sconfessare quest'approccio:
dopo questa prima kermesse collettiva, la galleria lavorando a stretto
contatto con gli artisti, presenterà mostre personali e progetti
specifici concepiti ad hoc per lo spazio romano.
Questa proposta, che si rivela in accordo con l'attuale intensa attività
delle accademie straniere, sembra dare alla città nuove possibilità
di apertura e di contatto, nel più generale processo di rinnovamento
che vedrebbe Roma come luogo di creazione e di lavoro per artisti
nazionali e internazionali e come centro ideale per una rinascita
del contemporaneo. La scommessa deve essere possibile se Giancarlo
Politi si muove a lanciare il suo j'accuse contro la città:
"(
)Roma è sempre di più una città
opulenta, una città per gente con la pancia piena, e dove la
vita può anche essere bellissima, se non devi lavorare. (
)
Con mio sommo disappunto voglio dire a tutti di non farsi illusioni:
Roma non potrà mai diventare un nuovo centro per l'arte contemporanea
(
)"1. Ben contenti
del rinnovato interesse, da parte nostra non possiamo che fare gli
auguri ai tre galleristi d'adozione romana e con i riflettori puntati
restiamo a guardare l'incontro- contraddittorio quanto creativo- dell'acanto
e dei portali barocchi con la complicata trama della contemporaneità.
Roma Roma Roma
Via dell'Arco de' Tolomei 2
oo135 Roma
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Opening Exhibition.
di Luna Gubinelli
60 artisti X 80
opere. Opening Exhibition inaugura il 20 giugno l'attività di
collaborazione tra Noero, Webster e Brown, con una collezione di prestigio
internazionale. Come un grande Bazar dell'arte contemporanea, il neonato
spazio Roma Roma Roma , dichiara una evidente apertura alla molteplicità
di linguaggi, tendenza dovuta alla fusione di tre diversi modi di lavorare
in tre diverse città del mondo: Torino, Glasgow, New York.
La caotica volontà di presentazione degli artisti non permette
a nessun percorso prestabilito di rovinare l'entusiasmo che man mano
nasce nella scoperta di ogni singola opera. La confusione genera interrogazione,
induce a riflettere, provoca dubbio su quali siano gli oggetti artistici
e quali invece quelli dell'allestimento dello spazio. L'Opening, l'apertura,
quindi, è il filo conduttore che riunisce tutti i temi trattati,
predisposizione sensibile verso l'eterogeneità che imperversa.
Le diversità dialogano tra loro in un gioco di rimandi tra opere
già note e altre nuove, tra lo spazio interno e quello del giardino.
Niente di questo fa pensare alla ricerca dell'armonia, ma solo al tentativo
di accostare dissonanze che convivano tra loro, senza essere forzatamente
legate da quel famoso "tema" diventato ormai carattere costante
delle mostre collettive. Concentrarsi sulle individualità in
maniera collettiva, oserei dire, per meglio apprezzare ogni singolo
pezzo nella complessità dell'insieme.
Forse non è un caso che il video di Dara Friedman si trovi all'ingresso
della galleria. Goverment Cut (free Stlyle) (1998), girato in India
con più di 100 ragazzini, suggerisce abbandono e rilassamento
grazie al montaggio ripetitivo e in alcuni tratti rallentato. La linea
d'orizzonte che divide il fotogramma indica il confine tra ciò
che viviamo (e che vediamo) e la tendenza ad andare oltre, verso i nostri
desideri.
La visione del video è indicazione alla predisposizione d'animo
a cui sembra rispondere Martin Creed, in giardino, con la sua scritta
al neon verde Feelings (1998). "La cosa per me è provare
a fare cose, provare a fare e mostrarle alla gente, questo mi entusiasma",
sostiene il vincitore del Turner Prize 2001, smontando ogni, evidente
nella forma, riferimento all'arte concettuale!
Ma il tono giocoso di questo dialogo è subito spezzato e "disturbato"
dalle sprezzanti fotografie di Robert Mapplethorpe, Vaccum cleaner e
Patty Smith, che spostano l'attenzione ad un livello decisamente più
crudo della realtà. A questo punto agiscono da moderatori i lavori
di Manzoni, Paolini, e Accardi, che imponendosi nella loro storicità,
riportano l'immaginaria discussione su toni più pacati.
Alla ricerca di nuove e diverse eventualità, Simon Starling propone
la sua serie fotografica Pink Museum (2000), riprende oggetti, d'uso
quotidiano e non, per destinarli ad un contesto atipico (il set fotografico
rosa), per trasformarli e dare loro una connotazione insolita. Un readymade
ironico per realizzare un ipotetico Museo fashion dai connotati ambigui.
Sulla stessa scia, ma più spiazzante a livello percettivo, è
la scatola di polistirolo di Henrik Olesen, No title (2000). Il contenitore,
di solito usato per l'imballaggio durante il trasporto di un'opera,
appoggiato al muro sembra essere stato dimenticato, tanto che qualche
visitatore ha pensato bene di porre la sua firma, inconsapevole di aver
determinato quell'evento casuale che Duchamp tanto amava.
Uno studio, quasi scientifico, sui cambiamenti della luce al neon è
proposto dall'opera di Henrik Hakasson, Black light (2002), nella sua
versione video, su un piccolo proiettore all'interno, e nel suo contatto
con la natura in giardino. Più concentrata sulla vita di tutti
i giorni è, invece, l'opera di Costa Vece. My Family (2001),
13 fotografie incorniciano i sentimenti e la nostalgia da questi provocata,
normalizzando le emozioni tanto da farcele sembrare costruite. Un ipotetico
ponte tra opera d'arte e quotidianità è issato da Mann
und Frau (2002) di Franz West. Di solito, infatti, l'artista austriaco
richiede espressamente che il visitatore abbia la possibilità
di sedersi o di spostare le sedie, affinché l'oltrepassamento
della dimensione visiva trovi nel gesto la sua potenzialità.
In questo modo sottolinea una relazione diretta tra arte e vita, senza
porre nessuna gerarchia tra spettatore e artista.
Nella vastità degli argomenti trattati non poteva mancare l'ossessione
maniacale per il ricamo di Francesco Vezzoli, che, nella trama fitta
dei mezzipunti, ricostruisce il viso di Mario Praz, Ricamo Praz (1999),
e quello di una Smoking Diva dai fili brillanti; o la leggera impalpabilità
dell'essere espressa dalle sottili tuniche fogliacee di cipolla di Bruna
Esposito, raccolte in un retino trasparente, forse per permettere che
la sostanza lacrimogena, caratteristica del bulbo, continui a sprigionarsi.
Insomma, tante esperienze diverse si confrontano tra loro, unendosi
a quelle del visitatore che riesce a superare l'impasse dell'affollamento.
Opening Exhibition si mostra nei suoi innumerevoli frammenti, messaggi
rapidi, ridondanti, che girano su se stessi e che a volte si intrecciano
tra loro. Ordine e disordine, illusorietà e naturalezza, l'universo
dell'arte contemporanea sembra una sceneggiatura ingegnosa, ai limiti
del paradosso e della comunicazione.
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