la rete reale virtuale dell'arte contemporanea

ARCHIVIO ZENIT A cura di Emilia Jacobacci

Z

E

N

I

T

Galleria Valentina Bonomo
di Marina Valentini

Da sempre avvezza al mondo dell'arte e della galleria, Valentina Bonomo orbita negli anni Settanta a Bari accanto alla madre che espone Minimalismo e arte Concettuale. In seguito l'attenzione si sposta su Roma, con la galleria di Trastevere insieme alla sorella Alessandra, per dieci anni, a cui accompagna un'attività curatoriale indipendente. Forte di questo suo bagaglio di competenze pregresse, Valentina Bonomo inaugura nell'aprile 2002 l'attuale spazio situato nel ghetto ebraico. La scelta del quartiere non è casuale: esso emana un'aura di vitale attivismo commerciale che corrisponde di più all'indole della gallerista rispetto all'atmosfera trasteverina più sonnolenta. L'ambiente ha subito una ristrutturazione che lo ha riscattato dalle condizioni di trascuratezza in cui versava, testimoniate tuttora dalla parte esterna dell'edificio e dal portone della galleria volutamente lasciato coperto delle ossidazioni originarie. Lo spazio adibito all'attività espositiva consta di una sala interamente intonacata di bianco, dalle dimensioni contenute, con basse volte a crociera che possono ingenerare nel visitatore una sensazione di riflessione e raccoglimento.
Valentina Bonomo concepisce questo spazio come uno strumento versatile, atto a sviluppare autonomamente idee e progetti personali che possono risolversi anche nell'allestimento di una sola opera site specific. Ciò è direttamente connesso alla sua attività di curatrice per altri spazi più grandi a Roma ma anche all'estero: la galleria appare dunque una fucina di idee che si muovono irradiandosi all'esterno, in perfetta sintonia con il fermento dinamico del ghetto.
Le esposizioni fin'ora ospitate e previste per questo spazio sembrano non nascondere una predilezione per la Transavanguardia, corrente artistica che influenza da sempre la gallerista: a comprovare questa preferenza ci sono i rapporti e le collaborazioni in luoghi istituzionali con Achille Bonito Oliva. Tuttavia tra la prima esposizione dedicata a Mimmo Paladino e la futura di Enzo Cucchi si inserisce - un po' come una provocazione rivolta all'artista stessa - quella attualmente in corso di Liliana Moro, che attinge ad un bagaglio di risorse familiari per tutti: il linguaggio della favola. Dall'atmosfera sacrale delle opere scultoree e pittoriche di Paladino al "gustoso" mondo della fiaba raccontato da Moro, dalle tradizionali pittura e scultura alla più moderna installazione: Valentina Bonomo rivela una certa libertà di scelte che pur spaziando in determinati ambiti -che non contemplano ad esempio il video- non si ipostatizza mai in soluzioni cristallizzate e predefinite.


VALENTINA BONOMO ARTE CONTEMPORANEA
via del Portico d'Ottavia 13, 06 6832766
lun-ven h16.00/20.00
www.galleriabonomo.com
v.bonomo@libero.it

Lo spazio metaforico di Gretel
Matilde Martinetti

Un'opera che si odora, si esplora, si gusta con l'immaginazione. Lo spazio della galleria Valentina Bonomo Arte Contemporanea contiene quello di Liliana Moro, una casa di piccole dimensioni ma abbastanza grande da essere visitabile all'interno ed interamente costruita con materiale che stimola olfatto e papille gustative: biscotti. Liliana Moro gioca con i sensi dello spettatore invitandolo ad un banchetto ideale che abbraccia il mondo dell'immaginario infantile.
Gli elementi che formano l'abitazione si aprono ad una stanza che ammicca da una porta socchiusa. L'interno è tappezzato di immagini simili ma non speculari che ripropongono lo stesso tema: Gretel che spinge la strega in forno. Il segno delicato e minimale delle figure (nessun particolare oltrepassa la soglia del prettamente indispensabile: non a caso mancano i tratti somatici dei personaggi, le pieghe degli abiti, i particolari del forno…) si sposa con la delicatezza complessiva dell'opera benché le immagini, ossessivamente riproposte, facciano riferimento alla componente di crudeltà che c'è anche nella fiaba.
Il testo è facilmente codificabile e recepibile e, come parte di un comune immaginario, trascende i limiti sia d'età che di formazione del pubblico.
Il cibo è l'elemento portante su cui l'opera si costruisce ma non viene assunto nei termini polemici di spreco consumistico cui si associa un'idea di colpa. Esso trascende il senso di nauseante abbondanza per sublimarsi nel simbolo dell'immaginario fiabesco. Del resto è parte della favola stessa. L'approccio di Liliana Moro si distanzia da quello più conflittuale di altri artisti per fenomenizzare il tema della favola e concretizzare uno spazio in cui lo spettatore può tangibilmente entrare. Il cibo è dunque visto in un'accezione giocosa che dà vita ad un tempio dove le dimensioni dell'infanzia e dell'immaginazione vengono bloccate. O meglio, sono le stesse ad autocostruirsi il proprio spazio. Le immagini di Gretel aggiungono un surplus di significato al testo denotandolo oltre l'approccio iniziale e suggerendo una precisa chiave di lettura entro cui inquadrare l'involucro commestibile. Il cibo, materia prima dell'installazione, fornisce un habitat naturale al racconto e diventa allora una cornice che enfatizza e sottolinea la poetica che guida il lavoro dell'artista. Del resto la gola è il motore della favola dei fratelli Grimm.
Con l'installazione Liliana Moro stimola il fanciullino pascoliano attraverso la commistione di codici che agiscono su più livelli sensoriali. L'opera si costruisce come una scoperta progressiva che attrae a sé, in primo luogo con la seduzione dell'odore, e lo spettatore entra nella casa spinto dalla stessa fascinazione curiosa che ha guidato Gretel. Nel momento in cui i disegni chiarificano ulteriormente il riferimento alla favola ponendole un happy end il fruitore scopre a posteriori di aver dato avvio al racconto con il semplice atto di entrare nello spazio ad esso deputato; allo stesso tempo però viene mutilato della possibilità di continuarlo in quanto la fine lo precede. Egli rimbalza così dal ruolo di attore a quello di osservatore perché già quando si affaccia sulla soglia si è compiuto il processo di passaggio. Nel salto dal fuori al dentro si intersecano sincronicamente due diverse dimensioni temporali: quella dell'inizio della storia e quella della sua fine, proposta nella serie di disegni di grandi dimensioni. E' comunque anche in questa ambivalenza che sta il senso dell'opera perché la curiosità di un osservatore esterno la realizza compiutamente.
La soglia della casa, confine tra il dentro ed il fuori, simboleggia un percorso meditato verso una dimensione di consapevolezza che investiga il dato reale dopo un'operazione di riappropriazione e rimetabolizzazione di un patrimonio fantastico rispolverato visivamente, tattilmente, olfattivamente. Dallo spazio del ricordo e della memoria a quello della conoscenza. Proprio perché tale patrimonio è ormai interiorizzato, la soglia non demarca in modo netto la distanza tra due mondi paralleli, quello reale e quello fantastico. Oltretutto il secondo è assunto come strumento di indagine per mettere in luce le contraddizioni del primo e la crudeltà apparentemente innocente dell'atto di Gretel lo testimonia. Liliana Moro indaga dunque la dimensione favolistica affascinata dal potenziale metaforico che la riguarda.
Chissà che una ipotetica traduzione del testo non stia anche nel redarguire sulle seduzioni della gola, peccato capitale!

Da sinistra:
1. L'ingresso della galleria Valentina Bonomo Arte Contemporanea.
2,3,4 e 5. Dettagli dell'installazione di Liliana Moro.