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la
rete reale virtuale dell'arte contemporanea
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Z E N I T |
Galleria Primo
Piano Difficile parlare
della galleria Primo Piano, difficile per chi non l'abbia frequentata
negli anni, ricostruirne la storia, le scelte espositive, l'impatto
nell'ambito romano. Primo Piano |
John Baldessari:
"The Intersection Series 2002" La Galleria Primo Piano (Roma, via Panisperna 203) ospita, dal 7 Maggio al 15 Luglio 2002, una personale dell'artista americano John Baldessari (California, National City, 1931). La mostra documenta l'attuale fase di sperimentazione e propone, come si evince chiaramente dal titolo (The Intersection Series 2002), due lavori fotografici realizzati mediante l'intersezione d'immagini, con l'aggiunta di pennellate elettroniche. I soggetti si dispongono a colmare la sagoma di un ipotetico crocifisso, evocandone tutta la pregnanza simbolico - sacrale. Sui bracci della croce s'innestano elementi diversi, espunti da contesti non correlati tra loro: lungo l'asse orizzontale, si dispiegano gli scatti, freddi e anonimi, che immortalano una veduta qualunque dell'Oceano, con il perpetuo incresparsi delle onde e l'infrangersi, al tempo stesso suadente e malinconico, della spuma sulla riva. Impossibile azzardare una localizzazione Come decifrare, infatti, l'identità di quella spiaggia: una tra le tante, tutte uguali, che affollano la West Coast? Tuttavia, dietro l'apparente banalità dello scorcio marino, si cela la quintessenza stessa dell'Oceano, sublimato al rango di una filosofia estetica. L'obiettivo fotografico, in questo caso, non ci restituisce la copia esatta, fedelmente replicata e speculare, della realtà; al contrario, sposta il fuoco della nostra visione, piuttosto interiore che fisica, sulla valenza semantica dell'Oceano, coacervo di accezioni culturali, sociologiche, antropologiche: oggetto di culto, retaggio di un ancestrale feticismo animista, si offre alla nostra contemplazione con la maestà di un totem; rapisce lo sguardo e ammalia l'udito, grazie al coinvolgimento sinestetico, debitamente attivato dall'artista. Le onde che, ora mugghiano in lontananza, ora si ripiegano su se stesse, per infrangersi, infine, sulla battigia, evocano la fattura, complessa e virtuosa, di una sinfonia! Nella sequenza di un trittico, l'artista scandisce e, quasi, dilata nel tempo il suo tributo all'Oceano, complice un pubblico impaziente di accogliere, con entusiasmo da standing ovation, l'epifania del suo genius loci. Il processo d'immedesimazione tra soggetto e oggetto è favorito, inoltre, dalla presenza di creature che, miracolosamente scampate alle correnti, si lanciano in una sfida temeraria, decise a domare le onde, come dei cavalieri medievali in sella al loro destriero! La figura del surfista rappresenta, nell'immaginario "freak" e "easy" della California, non soltanto uno status - symbol inflazionato dalla fiction televisiva, ma l'incarnazione di un pensiero, di una scelta esistenziale, per quanto volgarizzata, spesso, nella sua versione più trendy. Il surfista, dunque, assunto a icona "pop", in una società che oscilla costantemente tra la morale dei Padri Pellegrini e il mito, pionieristico e neo - romantico, della wilderness! L'iconografia, apparentemente circoscritta al puro tema paesaggistico, si compone, bensì, di ulteriori elementi, inseriti nella partitura in modo arbitrario, tale da generare un senso di profonda dissonanza. Sull'asse longitudinale l'artista colloca due foto in bianco e nero, tratte da un repertorio d'epoca, o da frammenti di film anni '50. L'uso di ready - made fotografici rispecchia l'istanza di abbandonare la tradizionale pretesa di "fare arte", in favore di un'indagine conoscitiva degli statuti sociali, comunicativi, economici dell'arte stessa. Baldessari scava nell'immaginario collettivo, sedimentato e denso di stratificazioni, con la perizia dell'archeologo e l'ironia di un novello dadaista. L'immagine trovata per caso, reificata dalla prassi utilitaristica del quotidiano e consumata dalla riproducibilità mediatica, è rianimata nell'aura nobilitante dell'arte, non più ancorata ai convenzionali codici della significazione. Le foto della vecchia industria cinematografica, o quelle tratte, più semplicemente, dalla stampa giornalistica e pubblicitaria, mancano di qualsiasi riferimento al contesto d'origine. I diversi elementi si coordinano in modo casuale e a - logico, infrangendo i tradizionali criteri della coerenza e consequenzialità narrative. La fotografia, lungi dal redigere una cronaca del reale, è letteralmente delegittimata e spogliata della sua funzione documentaria; al contrario, i suoi lacerti sono recuperati e cuciti dall'artista, a formare un patchwork, in cui la fusione dei singoli brani si attiene a un dettato puramente personale. A tale proposito, l'operato di Baldessari è stato, spesso, considerato una sorta di "surrealismo concettuale", laddove il nonsenso innescato dall'associazione paradossale di elementi, tra loro incompatibili, stimola il fruitore a incidere la corteccia del fenomeno, per scovare la linfa che si nasconde al suo interno. Al contempo, il disorientamento percettivo causato dalla composizione, assemblata in modo caotico e disordinato, incoraggia a proporre una propria chiave di lettura, nonché a ravvisare possibili nessi e tangenze, precedentemente impensati. L'atteggiamento di Baldessari, intriso di una spiccata vena etica, si rivela, perciò, esemplare e incoraggia l'adesione a una simile deontologia. Da qui, l'intento programmatico di rinunciare alla valenza fabrile della tekne; piuttosto, l'arte si afferma come approccio selettivo e critico alla realtà, dal quale scaturisce il cosciente ripensamento di sé nell'orizzonte dell'esistenza. Nel punto nevralgico, in cui convergono le opposte direttrici longitudinale e trasversale, Baldessari ribadisce il suo irreversibile distacco dal fare artistico, inteso quale sinonimo di abilità tecnico - manuale. Le pennellate che imbrattano la stampa fotografica sono frutto, infatti, di un'elaborazione al computer. La dichiarazione è palese: tubetti, tavolozza, pennelli, sono definitivamente banditi! L'artista sembra voler stigmatizzare, più che la pittura, una visione, che egli reputa sterile e anacronistica, della medesima. Evidenti sono i riferimenti a una certa pittura americana, declinata nelle sue molteplici varianti: dalle cromie timbriche, irregimentate in ortodosse campiture "hard - edge", agli spruzzi nebulosi e fluo che ricordano l'istintiva casualità delle ricerche gestuali. In antitesi alla produzione pittorica, Baldessari propone la sua ipotesi riduzionista e de - materializzante, apprezzata, già negli anni '70, da un artista come Nam June Paik, il quale era solito dire che Baldessari gli piaceva molto, proprio per quello che non conteneva, per i vuoti che colpivano le immagini, per la frammentazione che intaccava la composizione. |
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| Da sinistra: l'immagine relativa alla mostra The Intersection Series 2002 alla galleria Primo Piano e altre opere recenti dell'artista. | ||||||||
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