Autori cambi
Intervista a Matteo Boetti
Di Emilia Jacobacci
E.J. Domanda
di rito: dopo la precedente esperienza di Autori Messa negli anni
novanta, da otto mesi apri un nuovo spazio espositivo. Qual'è
il passaggio da Autori Messa ad Autori Cambi?
M.B. Beh, questi sei anni sono serviti per tante altre cose,
per fare esperienze professionali di varia natura, dal musicista al
produttore discografico al produttore di video e documentari
Esperienze
che quando si sono concluse ho avuto voglia di rimettere in gioco
in un nuovo calderone: questa nuova pentola è Autori Cambi,
ideale prosecuzione di Autori Messa, con tutti gli aggiornamenti del
caso.
L'obiettivo è proseguire un'atmosfera, uno spirito che in fondo
non si discosta molto da Autori Messa nel senso della sperimentazione,
del piacere del rischio, di lanciare anche cose nuove, con la differenza
che sicuramente adesso ho sicuramente' più i piedi per terra,
ho nove anni di più. Non solo sono cambiato io, ma è
cambiato il mercato e non basta più la politica culturale ma
ci vuole una consapevolezza diplomatica e strategica che è
dieci volte quello che era dieci anni fa.
E.J. Nel corso dell'ultimo anno a Roma hanno aperto molte nuove
gallerie di arte contemporanea: la tua, Valentina e Alessandra Bonomo,
Roma Roma Roma
A Torino è nata la Fondazione Rebaudengo,
a Trento prossimamente il MART. Si dice Roma nuovo centro per l'arte
contemporanea, Torino nuovo centro per l'arte contemporanea, Trento
nuovo centro per l'arte contemporanea
Tu che ne pensi?
M.B. Che
è tutto vero! Perché ogni città è come
una macrocellula, un macrorganismo, ha un suo tempo biologico
Roma
è stata più o meno morta, ferma, almeno da fine ottanta
a fine novanta e fisiologicamente più di vent'anni di morte
apparente non reggono, esattamente come specularmente, all'opposto,
a Milano vent'anni da locomotiva non sono fisiologicamente possibili
La
gente cambia mestiere, fallisce, o se gli va bene si espande, cambia
target
In questo caso negli ultimi due/tre anni Milano sicuramente
comincia a tirare il fiato, a faticare, e Roma a risalire.
E.J. A livello di mercato?
M.B. Il
mercato è ancora curioso perché dagli anni cinquanta
ad ora ci sono stati pochi galleristi storici importanti ma che si
contavano sulle dita di due mani. Adesso si comincia vedere un passaggio
del testimone anche a livello di collezionismo: come succede in tante
altre città europee, finalmente si cominciano a vedere giovani
professionisti, giovani delle così dette "nuove professioni",
tra i venticinque e i quarant'anni che, pur non essendo ancora grandi
collezionisti, incominciano ad acquistare arte. In questo senso Roma
è sicuramente in un buon periodo.
E.J. In effetti per Autoricambi in questi primi mesi di lavoro
la rispondenza del pubblico è stata ottima, per Gina Tornatore
per esempio
M.B. Enorme,
sicuramente. Di pubblico, di critica
Un piccolo dato per me
significativo è l'essere passato da febbraio 2002 a novembre
2002 da 400 nomi di indirizzario a 6100: e sono o persone che sono
venute fisicamente o che ci hanno contattato per essere aggiornati
sugli eventi, più i contatti che artisti e curatori hanno portato
come loro dote a fronte di un lavoro che hanno considerato valido,
insomma di qualità.
E.J. Hai
in progetto collaborazioni con altri spazi, a Roma fuori Roma, nazionali
internazionali, di che tipo?
M.B. A
Roma sicuramente no, proprio perché le prospettive non sono
modeste ho cercato di partire subito con un'altra dimensione: già
a livello di staff, siamo sei persone oltre a me, anziché il
classico gallerista più assistente
Un lavoro di squadra,
più da casa di produzione che da galleria, che per il tipo
di obiettivi sicuramente va oltre il solo mercato romano. Perciò
questi primi otto mesi sono tutti tesi a creare dei legami che siano
almeno europei. Volendo avere uno standard di un certo tipo, non posso
fare più di cinque mostre l'anno, e per gli artisti che non
ho oggettivamente il tempo di esporre mi piacerebbe avviare con altri
spazi collaborazioni di buon livello, non solo espositive ma mediatiche,
promozionali, economiche
E.J. Hai parlato di Autoricambi anche come casa di produzione.
In che senso?
M.B. Adesso, ad appena otto mesi dall'apertura, sono ancora
sommerso da tutte le emergenze che sono tipiche del primo anno. Per
dicembre 2002 e gennaio 2003 farò due mesi di pausa per fare
il punto della situazione, presentare e promuovere il frutto delle
mostre fatte, per poi cominciare a concentrami sul progetto iniziale
di Autori Cambi che è quello di essere da una parte una galleria
con un programma espositivo cadenzato, serio e internazionale, e dall'altra
cercare di non perdere le esperienze che come produttore ho raccolto
negli anni di attività personale tra la prima e la seconda
galleria.
Mi piacerebbe appena possibile, appena tempo ed economia lo permettono,
cominciare ad occuparmi anche delle attività di produzione
parallele e annesse all'attività espositiva pura. Visto che
non ho mai troncato i miei legami con la musica, il cinema, l'editoria
- che sono i tre campi in cui operato nei sei anni tra una galleria
e l'altra - l'idea è di realizzare eventi e produzioni che
uniscano l'aspetto editoriale, musicale ed audiovisivo, anche in collaborazione
con altri spazi, sia indoor che outdoor. Se tutto procede come sta
andando spero di riuscire a realizzare anche questa parte di produzione
in tempi ragionevoli.
E.J. Hai già dei progetti in cantiere?
M.B. Per adesso ho contattato diverse situazioni imprenditoriali
e artigianali fra l'India, il Pakistan, l'Italia del centro e del
nord per realizzare con gli artisti della galleria tutta una serie
di multipli su vari supporti -paradossalmente tutti esclusi il più
classico, la litografia cartacea - ogni sorta di materiale, moderno
ed antico, dal bidimensionale al tridimensionale
Ma c'è
veramente di tutto
Non dico di più sia per scaramanzia
che per non levar la sorpresa, ma spero di dare buone notizie entro
breve.
Una cosa che invece posso dire subito è che il 29, 30 e 31
novembre comincio a presentare una delle due produzioni che precedono
l'apertura della galleria: si tratta di cinquanta cd limited editions
di cinquanta artisti con due litografie, copertina e retro, firmate
e numerate a mano
E' un progetto durato due anni e mezzo che
ha coinvolto 97 persone tra fonici, stampatori, montatori, tipografi,
fotografi, assistenti, cameraman, artisti, musicisti
A dicembre 2000 sono stati esposti tutti numeri uno dei cd alla GAM
di Torino, dove è stato presentato anche il film - che poi
è stato venduto a Stream - e si è concluso con il concerto.
Ora presento questa produzione a Roma, a Riparte.
E.J. Quindi la Galleria è anche una sorta di impresa?
M.B. Beh, tutta questa struttura è più simile
ad una fabbrica, ad una casa di produzione, piuttosto che ad una galleria,
proprio perché sono consapevole che non sarò mai un
gran mercante, nel senso stretto del termine
Quest'attività
di produzione per me è parallela all'essere gallerista. Del
resto i galleristi sono tutte cartelle cliniche, nel senso che non
ne esistono due uguali: mentre esiste l'accademia per diventare artisti,
storia dell'arte per diventare per diventare direttore di museo, critico
o curatore, non esiste la scuola per galleristi... C'è l'ex
artista che apre una sua galleria , l'ex mercante, il critico o il
curatore riconvertito o chi, come me, è semplicemente stato
assistente di galleria e poi ha deciso di aprire uno spazio a sua
volta
E' un mestiere ibrido, devi avere un po' del fiuto del
critico, un po' di sensibilità curatoriale per mediare tra
l'artista e il curatore nell'allestimento e per il resto è
un mestiere inventato
E' inutile rincorrere dei modelli che poi
come indole personale non possono essere applicati.
E.J. Un'ultima domanda: Tre aggettivi per una galleria d'arte
contemporanea ideale.
Primo, deve avere molto fiuto, l'intuito per saper individuare
la persona giusta. Secondo, deve avere solvibilità nei rapporti
con gli artisti. Una galleria non deve far tribolare gli artisti,
farli aspettare, ma gli deve poter dare dei segnali reali di fiducia,
deve comprare in anticipo e con regolarità. Questa è
una cosa secondo me fondamentale che divide in due categorie le gallerie:
se si crede in un'artista bisogna rischiare, e rischio significa anche
dare un certo tipo di fiducia e di ottimismo da trasmettere. Terzo,
una galleria deve investire in media e promozione.
Dunque moltissimo fiuto, massima onestà e velocità nei
rapporti con gli artisti e grande capacità di investire.
E.J.
Insomma tutto al massimo?
M.B
.Beh,
le vie di mezzo non funzionano!
Autori cambi
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