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Galleria Alessandra
Bonomo
di Emilia Jacobacci
La storia delle
gallerie Bonomo - oggi tre spazi espostivi autonomi tra Roma e Bari
- risale al 1971, anno in cui Marilena Bonomo inizia la sua attività
a Bari proponendo artisti italiani e stranieri come Bochner, Boetti,
Buren, Lewitt, Paolini, Rayman, Weiner e collocandosi subito ad un
livello internazionale.
La presenza sulla scena romana si deve alle figlie Alessandra e Valentina
che a metà degli anni ottanta decidono di trasferirsi a Roma
e di aprire insieme una nuova galleria: coerenti con le scelte espositive
di sempre e nello stesso tempo proiettate e aperte verso nuovi stimoli
e proposte, la galleria trasteverina delle sorelle Bonomo diviene
ben presto uno spazio significativo nella capitale, dando visibilità
negli anni ad artisti come Mario Schifano, Luigi Ontani, Alessandro
Twombly, James Brown, Douglas Gordon - per citarne soltanto alcuni
- e avviando importanti collaborazioni con istituti internazionali
come l'American Academy o il British Council.
Dopo quindici anni di attività comune, nel 2002 Alessandra
e Valentina decidono di dare vita a due gallerie indipendenti : anche
in questo caso, la scelta non è dovuta a una divergenza di
vedute (tanto che alle fiere e alle manifestazioni le gallerie si
presentano tutt'ora come uno spazio unico con tre sedi) quanto alla
possibilità e alla voglia di gestire più spazi e di
lavorare con maggiore autonomia, dando maggiori opportunità
agli artisti e riflettendo di più le inclinazioni e le preferenze
individuali.
Così, lo
scorso aprile, tra le mura rosso pompeiano di un suggestivo cortile
nei pressi del Pantheon, Alessandra Bonomo ha aperto il suo nuovo
spazio con un'esposizione dei paesaggi veneti di Elger Esser, giovane
artista tedesco di formazione nostrana , per presentare poi, a giugno
'Umano Animale Vegetale Minerale', una collettiva in cui gli artisti
- Mark Fairnington , Yun-Fei Ji, Naomi Fisher , Florian Hüttner
e Paul Morrison - venivano chiamati a riflettere sul rapporto con
la natura, spaziando dalla fotografia al disegno, dal ricalco alla
miniatura, dal bianco e nero al colore, con opere spesso pensate e
realizzate appositamente per questo spazio.
A novembre è stata la volta dei colori impalpabili e brillanti
dello scozzese Grame Todd mentre tra dicembre e gennaio la galleria
ha presentato una scelta di fotografie del mondo del cinema, ritratti
e paesaggi in bianco e nero di Donata Wenders, moglie del noto regista
tedesco e sua fotografa di scena, qui alla sua prima personale italiana.
Come si vede la scelta della Alessandra Bonomo fin qui è quella
di dare attenzione alle nuove proposte dell'arte internazionale mantenendo
nello stesso tempo una linea di continuità e coerenza con l'attività
della precedente galleria, come testimonia anche l'attuale mostra
di Sol Lewitt, che con questo walldrawing site-specific torna per
la seconda volta alla galleria Bonomo, dove già aveva presentato
il suo lavoro nel 1991.
Del resto, dice Alessandra Bonomo - "la Galleria non ha una direzione,
non è orientata in una direzione precisa
E' orientata
verso delle mostre interessanti e adatte per questo spazio, perché
quello che mi piacerebbe fare soprattutto sono delle mostre fatte
come delle installazioni, mostre in cui l'artista vede lo spazio,
gli viene un'idea e la realizza. Questo in realtà è
un ideale per me assoluto di come dovrebbe essere una galleria e non
prendere dei quadri e appenderli alle pareti: una galleria che puoi
trasformare e che ogni volta che ci si entra dia un'impressione diversa,
una galleria che non mantenga troppo la sua identità ma che
abbia l'identità di quello che accoglie".
I due ampi vani di via del Gesù si dimostrano così duttili
e mutevoli, in continua relazione dialettica con l'opera che contengono:
è l'idea di uno spazio che non sia contenitore passivo e depositario
di un'intercambiabile opera-oggetto ma che diventi "luogo"
dell'opera, stimolo attivo e ricettivo per la creatività dell'artista,
come nel caso di quest'ultimo intervento di Lewitt che trasforma completamente
lo spazio, sfonda le pareti e i confini fisici della galleria che
si annulla per divenire essa stessa parte dell'opera.
In questo senso, proprio perché lo spazio si fa attivo e funzionale
alle opere, le pareti bianche della galleria non sono mai le stesse
ma, dando vita di volta in volta a proposte originali e inconsuete,
svolgono quasi un ruolo demiurgico, e si prestano a venire ogni volta
"ripensate" e rinnovate dalla creatività dell'artista
che presentano.
E così ci aspettiamo dal prossimo progetto, una collettiva
dal titolo "Collaboration" a cura del poeta e curatore americano
Vincent Katz e risultato della sua collaborazione con i cinque artisti
coinvolti - James Brown, Francesco Clemente, Alex Katz, Mario Cafiero
e Patricia Cronin - in cui, ancora una volta, la galleria verrà
ripensata in un modo nuovo, con opere inedite, realizzate appositamente
per questo avvenimento.
Galleria Alessandra Bonomo
via del Gesu' 62
00186 Roma
Tel 06/69925858
galleriabonomo@tiscalinet.it
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Spazio nello
spazio
Matilde Martinetti
Sol Le Witt sfonda
lo spazio della galleria Alessandra Bonomo.
L'artista propone un'opera che si costruisce sulle caratteristiche della
struttura ospitante costringendo l'impeto creativo a subire il condizionamento
di elementi architettonici preesistenti.
Da premesse cui è impossibile prescindere prende dunque corpo
un'opera necessariamente inedita perché necessariamente figlia
di elementi e misure riferibili a quel posto e non trasferibili altrove.
I walldrawings, disegni su muro con cui Le Witt si confronta
da decenni, si misurano fin dalla loro prima apparizione con le dimensioni
delle pareti, invadendo il contesto espositivo con la forza del colore
ma risparmiando la presenza di un ingombro fisico.
Il lavoro in mostra occupa tutta la prima stanza della galleria ed accoglie
lo spettatore in uno spazio rivisitato, dove linee esclusivamente diritte
- orizzontali, diagonali e verticali - costringono l'opera ad una rigida
impostazione geometrica.
Lo sfondamento illusionistico che l'artista ottiene attraverso l'uso
di quattro colori - bianco, nero e due toni di grigio - conferisce alla
stanza un senso di profondità altrimenti inesistente.
Le Witt costruisce uno spazio nello spazio inducendo lo spettatore a
cambiare la percezione del luogo senza tuttavia scardinarne drasticamente
i tradizionali punti di riferimento.
Le pareti, modificate dall'inusuale intervento pittorico, si svestono
del ruolo di supporto per diventare opera esse stesse e, in quanto elemento
da osservare attivamente, vengono fruite secondo un canale non abituale.
Scardinato il ruolo di limite, esse perdono la capacità di costringere
lo spazio entro un perimetro definito; piuttosto la loro presenza segna
l'inizio di un nuovo contesto che si espande in profondità a
partire dal punto esatto in cui la galleria Alessandra Bonomo finisce.
Più che guardare l'opera si ha la sensazione di esservi contenuti:
la galleria la mostra, ma non riesce tuttavia a racchiuderla.
La geometria del lavoro sviluppa le tracce di un percorso basato su
una grammatica formale ridotta al quadrato ed al cubo su cui Le Witt,
artista in primo luogo concettuale ma non esclusivamente tale, comincia
a lavorare a partire dagli anni Sessanta. I primi walldrawings
risalgono infatti a questo periodo, naturale filiazione della Drawing
Series I, II, III, IV che, dopo essere stata pubblicata, viene riportata
direttamente su supporto architettonico.
Gli interventi sullo spazio così concepiti continuano dunque
a rimanere attuali a distanza di tempo e, con l'opera esposta da Alessandra
Bonomo, l'artista dimostra di poter stabilire un filo diretto con il
passato senza tuttavia scadere nella ripetizione pedissequa, ma rinnovandolo
piuttosto attraverso minime variazioni di linguaggio. A differenza infatti
delle prime prove, Le Witt evita un effetto piatto e bidimensionale
in favore dello studio prospettico e di una tridimensionale volumetria.
Fedele allo spirito delle opere che hanno preceduto quella attuale,
e fedele alla convinzione che l'idea sia la componente più importante
del lavoro - tesi che Le Witt elabora nei Paraghraphs on Conceptual
Art del 1967 - il lavoro sottolinea ancora una volta come lo schema
progettuale (riportato nel retro dell'invito) sia più importante
della realizzazione stessa che, secondaria rispetto alla concezione,
è solitamente demandata ad assistenti.
L'ultimo walldrawing dunque non esaurisce ma riassume un percorso artistico
fondamentalmente basato sulla somma di due componenti: la matrice minimale
e geometrica da una parte, e quella più specificatamente concettuale
dall'altra.
La mostra prosegue nella seconda sala con le gouaches di grande e piccolo
formato, opere in cui l'artista sembra invertire tendenza rispetto alle
costruzioni prospettiche su muro dall'impostazione rigidamente geometrica.
I lavori si colorano ora di blu, di rosso, di oro, di verde, ed ai toni
più caldi si affianca uno spirito apparentemente irrazionale
e poetico che imprime alle linee un andamento sinuoso, memoria delle
onde del mare e della stratificazione della terra.
L'accostamento dei lavori contenuti nelle due sale provoca un leggero
senso di attrito ed allo stesso tempo testimonia la varietà espressiva
che da sempre contraddistingue uno dei massimi rappresentanti del panorama
artistico contemporaneo.
I due diversi spazi sembrano negarsi a vicenda ma lo scarto non è,
a ben osservare, così categorico: anche quando Le Witt sembra
abbandonarsi ad un afflato poetico, libero da rigidi schematismi geometrici,
l'occhio riesce comunque a percepire la razionalità impressa
a certi moti ondulatori perché nel mondo dell'artista non c'è
caos. Nel mondo di Le Witt tutto è soggetto alla legge dell'ordine,
anche se questo non implica che i lavori manchino della poesia che un
grande maestro riesce comunque ad imprimere al proprio lavoro.
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